Puntiamo sulla scuola materna

Puntiamo sulla scuola materna

di Federico Fubini (in ControTempo, Sette, 17.02.2017)

Si pensa quasi esclusivamente all’università o al liceo e ci si dimentica che i primissimi anni di insegnamento sono fondamentali. Come dimostra un recente studio

materna

Mi ha sempre colpito come gran parte del dibattito sull’istruzione in Italia sia curiosamente strabico: si pensa quasi esclusivamente ai livelli superiori del sistema scolastico, l’università o gli anni immediatamente precedenti. Ci preoccupa meno di quello che i ragazzi imparano alle scuole medie, alle elementari o alla scuola materna. Per la precisione, la quantità e l’intensità della discussione sulla qualità della scuola aumenta via via che ci si confronta con l’insegnamento di ragazzi sempre più grandi.

Come se ciò che contasse per il futuro di un giovane fosse la complessità della materia che conosce e non tanto il modo in cui si può insegnargli a pensare e a imparare. Mi viene il sospetto che ciò rifletta una antica distorsione del sistema educativo nazionale, che risale forse anche a prima del fascismo: ciò che conta è quanto si conosce (magari a memoria) e non come si apprende; contano le nozioni e i riferimenti situati da qualche parte nella nostra memoria, più della capacità di esercitare la concentrazione, la curiosità, l’apprendimento di qualcosa di cui per ora non sospettiamo neppure l’esistenza.

Non so se un’impostazione del genere fosse un errore in passato. Sono certo però che oggi non ha più alcun senso. Se la parola Internet ha un significato, dev’essere sinonimo della disponibilità di una quantità e di una qualità di informazioni praticamente infinita. La sua esistenza ci impone di controllare nella nostra mente il principio di organizzazione, attenzione e selezione. Implica che qualunque apprendimento sia in primo luogo un apprendimento sul metodo. Dunque la sua sede principale va spostata dagli ultimi ai primissimi anni del ciclo scolastico, perché è allora che la mente delle persone si organizza nelle sue capacità cognitive, logiche, sociali e emotivo. Prima sospettavo qualcosa del genere, ora invece ne ho la certezza. La fornisce uno studio pubblicato di recente dall’Università di Chicago e dall’Università della California del Sud, guidato dal premio Nobel per l’economia James Heckman (The Lifecycle Benefits of an Influential Early Childhood Program è il titolo).

Lo studio si basa sull’attenzione speciale che è stata prestata a circa 120 bambini dalle otto settimane ai cinque anni di età in South Carolina negli anni 70. Venivano tutti da famiglie svantaggiate, in gran parte da ghetti afroamericani. Questi 120 bambini sono stati sottoposti a un ciclo di istruzione pre-scolare, stimolo sociale e cognitivo e di nutrizione di particolare qualità nei loro primi cinque anni di vita. Le famiglie dovevano impegnarsi a portarli a scuola alle 7-45 del mattino e riprenderli alle 17.30 per cinque giorni alla settimana, 50 settimane l’anno. Le persone al centro di questo esperimento controllato sono poi state seguite nella vita fino ai 35 anni di età. E sono stati messi a confronto con un numero pari di coetanei, nati nelle stesse aree e in condizioni sociali in tutto paragonabili, i quali però hanno seguito dei curriculum pre-scolari del tutto normali. I risultati sono stati sorprendenti. I bambini al centro dell’esperimento sono diventati adulti più in salute, molto meno soggetti a lasciarsi coinvolgere in attività criminali, con famiglie più stabili, livelli di successo scolastico più elevati e posti di lavoro meglio remunerati. Anche le loro madri mostrano conseguenze positive di lungo termine, perché non hanno dovuto lasciare il lavoro per occuparsi di loro durante la prima infanzia. Il paper dell’Università di Chicago arriva a stimare che per ogni dollaro investito nell’istruzione prescolare di quei ragazzi della South Carolina, ci sia stato un rendimento di 7 dollari nei successivi trent’anni. Forse non avranno appreso molte nozioni, quando erano così piccoli. Ma di sicuro molte altre cose importanti delle quali in Italia non parliamo mai.