Docenti

Materiali per il corso sull’Apprendimento della matematica

Le batterie di Test del gruppo MT per la valutazione delle abilità di calcolo e la soluzione di problemi
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Marco Belpoliti [La Repubblica, R2CULTURA, 23 novembre 2016]

Quel rito di passaggio chiamato calligrafia

Dal 1985 nelle scuole italiane non c’è più l’obbligo di addestrare nella calligrafia gli allievi delle elementari. La pratica è stata abolita. La conseguenza immediata è il prevalere delle “brutte scritture”, spesso illeggibili, al limite dell’agrafia; capita che gli insegnanti chiedano agli alunni che scrivono male di redigere temi, riassunti, o altri esercizi, in maiuscoletto. L’Italia non ha mai amato la calligrafia, nonostante la sua antica tradizione di scrittura elegante, che si lega alla vocazione tipografica e al lettering della nostra cultura visiva.

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Giovanni Pacchiano [Sette, settimanale del Corriere della Sera, 4 novembre 2016]

L’insegnante di lettura.

Bisogna istituire una nuova figura, che consegni l’amore per i libri

Questo docente deve essere bravo
come un attore e trascinante:
allora perché non creare un “tutor” ad hoc?

Il nuovo dio della riuscita o del successo non guarda certo «il pedigrée di buone letture», commenta ironico Davide Rondoni, del cui libro, Contro la letteratura (Bompiani), abbiamo già parlato nelle precedenti quattro puntate della rubrica.

Così, oggi «la letteratura viene ridotta a un campo coltivato da anime belle» o cerca disperatamente di camuffarsi da scienza (cfr. le varie analisi testuali nelle antologie scolastiche).

Ma, sostiene con energia Rondoni, «la poesia e la narrativa sono roba che scotta. Parole che incendiano». Che toccano l’anima (per chi ancora ce l’ha). Che mettono insegnante e ragazzi di fronte al senso della propria esistenza. «Che provocano un movimento d’amore e di stupore». Basti leggere Dante o Leopardi o Montale, non per «definirli», ma per iniziare a prenderli con noi, a scoprire il loro segreto.

Per contro oggi, chiosa ancora Rondoni, la scuola bada soprattutto alle abilità standard, non si interessa (soprattutto agli esami di maturità) del «Coinvolgente rischio dell’interpretazione», del rapporto personale fra lo studente e il testo. Certo (condivido del tutto il pensiero di Davide), l’insegnante di letteratura «dev’essere bravo come un attore» e «trascinante». Ce ne sono ancora oggi in giro? Qualcuno, pochi.

Chi coltiva ancora, in classe, quella magnifica esperienza che è la lettura ad alta voce di una poesia o di un racconto? Per i ragazzi, è «la seduzione dell’ascolto». A patto che l’insegnante sappia leggere bene. Se no, aggiunge Rondoni, cambi mestiere. E guai all’insopportabile vezzo di oggi – insiste -: irridere la grandezza. Sminuirla. O irridere «la sete di felicità che trema e spinge in ogni essere umano», e che ritroviamo nella grande letteratura. Certo, in classe possiamo, di fronte a un testo, intraprendere analisi sociologiche, o etiche, ma si tratta di addenda. L’arte (si pensi a uno dei più grandi poeti, Baudelaire), «non ha per fine la moralizzazione».

Svegliare li demone. Ma vuole «esprimere la vita senza censure e rendendo il massimo di intensità del visibile e dell’invisibile». E la poesia? «La poesia è demone che lascia senza parole». Sicché, conclude, se è necessario che uno studente sappia almeno a grandi linee la storia della letteratura nazionale, il problema si presenta di fronte a un’attività di educazione alla lettura e all’interpretazione dei testi. Bene, dopo un tirocinio iniziale destinato a tutta la classe, sia il ragazzo a decidere se continuare o approfondire altre materie curriculari obbligatorie. Perché non tutti sono sensibili al daimon.
E qui parte la proposta di Rondoni. Istituire un ordine di insegnanti di lettura, ben preparati dalle università o da altri soggetti pubblici; «lettori esperti capaci di invitare al viaggio i giovani lettori inesperti». Utopia? Date le attuali metodiche vigenti nella scuola, temo di sì. Ma che almeno, aggiungo, nonostante l’impopolarità di cui gode oggi la lezione frontale, non scompaiano le figure di insegnanti-Maestri che trasmettano agli allievi la loro passione.

 


Silvia Bencivelli [La Repubblica, 4 gennaio 2016]

La battaglia delle tabelline

Servono ancora o recitarle a memoria è anacronistico? Il dibattito va avanti da anni, ma adesso in Gran Bretagna il governo ha imposto agli alunni di 9 anni di impararle fino a quella del 12: “Sono fondamentali come l’alfabeto” dicono gli esperti.
Magari usando alcuni stratagemmi per apprenderle facilmente…

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Tabelline

 


 

Materiale di lavoro per il curricolo d’Istituto

CURRICOLO SCUOLA DELL’INFANZIA

CURRICOLO ITALIANO

CURRICOLO LINGUA INGLESE

CURRICOLO STORIA

CURRICOLO GEOGRAFIA

CURRICOLO MATEMATICA

CURRICOLO SCIENZE

CURRICOLO TECNOLOGIA

CURRICOLO MUSICA

CURRICOLO ARTE E IMMAGINE

CURRICOLO ED. FISICA

 

 

 


Michele Serra [La Repubblica, 5 novembre 2015]

I ragazzi cattivi di WhatsApp difesi a scuola da mamma e papà

Poveri ragazzini di San Francesco al Campo (Torino), se è vero che i loro genitori li hanno difesi da una punizione scolastica meritata, addirittura ovvia.

Riprendevano con il telefonino i loro insegnanti durante le ore di lezione, per poi deriderli su WhatsApp.

Niente di inedito o di gravissimo: la presa in giro degli adulti, a quell’età (dodici/tredici anni) è una pratica vecchia come il mondo. Magari, in precedenza, a corto raggio e a uso interno, disegnini, caricature, appunti beffardi; non con la smisurata moltiplicazione che la tecnologia oggi consente (la presa per i fondelli nell’epoca della sua riproducibilità tecnica … ), condannando il discolo a una visibilità micidiale. Si nascondeva sotto il banco ciò che oggi si ostenta in rete.

Altrettanto fisiologica, però, la punizione degli  adulti: difendono la regola – elementare – secondo la quale esiste uno spazio per il gioco e uno per la serietà. .La scuola, almeno durante le ore di lezione, è lo spazio della serietà per eccellenza. Oltre a essere il luogo dove, tra le altre cose, si impara a rispettare il principio di autorità, tanto più prezioso quanto più disatteso in famiglia.

Che padri e madri, invece di dire ai ragazzini “punizione meritata, non farne una tragedia e anzi considerala un prezioso insegnamento”,  prendano le loro difese, è pratica ormai diffusissima, pluridenunciata da docenti esasperati, stanchi di vedersi contrastati o assillati da genitori iperprotettivi, spesso aggressivi, incapaci di accettare che i loro figli si imbattano (come prima o poi dovrà pure capitare) nelle contrarietà della vita sociale, nella fatica del portarsi bene e del non portarsi male. E addirittura nella punizione o nel brutto voto: concettualmente inaccettabili in una società sempre più incline all’auto giustificazione, sempre più terrorizzata dal peso di una qualunque responsabilità personale.

Quanto male infligga, ai ragazzi, l’equivoca complicità di padri e madri (è familismo amorale anche questo), non è calcolabile. Ma è bene ricordare che “protezione”, in sé concetto nobile, è un termine che contiene anche una deriva malavitosa (il “protettore” di strada; la ”protezione” della mafia). Ed è indubbio che sapere che “il mondo” punisce e la famiglia assolve, specie in un paese come il nostro, non è solamente diseducativo in senso lato; lo è nella specifica catastrofe di un popolo che nella costruzione “ad familiam” più che “ad personam” delle convenzioni sociali, dei codici di comportamento, delle convenienze, dei rapporti di potere, ha costruito gran parte del proprio svantaggio, ovvero della propria troppo faticosa, troppo lenta civilizzazione politica.

A margine di questo problema, che è enorme e non riguarda solamente la scuola, ci si chiede se esista nelle scuole una regola (se non un indirizzo di legge, almeno una circolare) che imponga agli studenti e ai professori, dentro quelle aule sedicenti autorevoli, di tenere spente le macchinette interconnesse, così da non cadere nella tentazione di immortalare la prof mentre starnutisce; tenerle spente almeno nel tempo dedicato alla lezione, al “qui e ora” della parola, alla capacità di concentrazione o a quello che ne resta.

Voci frequenti (di insegnanti) riferiscono che sono i genitori, specie le mamme in ansia, a volere che la loro prole sia sempre e ovunque raggiungibile, magari per un sms nel quale si domanda se la pasta o gli gnocchi siano in cima alla hit parade degli appetiti. È la famigerata tracciabilità delle cose inutili. Perché l’infernale macchina del mammismo è, almeno qui da noi, ben più perniciosa del peggiore dei multitasking.

A quei genitori torinesi, confidando che possano essere recuperati al ragionamento, bisognerebbe comunque raccontare che nelle scuole (di eccellenza) dove studia la upper class americana (compresi i figli dei dirigenti di Apple e di Google), l’uso ludico e/o personale degli strumenti elettronici, all’interno della scuola, è vietatissimo. Stravietato.

E l’abuso dei gingilli costruiti dai genitori è malvisto, perché si diventa adulti e forti nell’indipendenza, e si rimane bimbi e deboli nella dipendenza.

Chissà che almeno l’invidia sociale (voglio che mio figlio diventi come i figli di Steve Jobs! ) non funzioni da stimolo.

 

 


Silvia Bencivelli [La Repubblica, 10 giugno 2015]

L’intelligenza fatta in casa

NON date la colpa alla scuola: l’intelligenza di una persona non si costruisce lì, ma a casa, con i genitori e i cuginetti. E si costruisce molto presto, ben prima del suono della campanella. Lo dimostrano le ricerche che hanno seguito lo sviluppo cognitivo dei bambini nei loro primi anni di vita [continua la lettura]

 

 


Dalle indicazioni nazionali alle prove di competenza

Incontro di aggiornamento con Franca Da Re, ispettore tecnico MIUR

Dal curricolo alla didattica (pdf)

Profilo livelli (pdf)

Certificazione delle competenze (pdf)

Storia, geografia, scienze: mappe (pdf)

Curricoli competenze annuali (zip)

Esempi di Unità di apprendimento: Fata papilla (pdf)

Esempi di Unità di apprendimento: Tutta frutta (pdf)

Esempi di Unità di apprendimento: Cibox (pdf)

Esempi di Unità di apprendimento: Addentiamo la salute (pdf)

Esempi di Unità di apprendimento: Scegliere per crescere (pdf)

Esempi di Unità di apprendimento: Latte, pane, marmellata (pdf)

 

 


Quelle aule troppo distanti dalla realtà

articolo del Sole 24 ore del 05 aprile 2015

 

 


Link per scaricare pdf

I percorsi per competenze di Federico Batini – LOESCHER

Parlo, leggo, scrivo – Asse dei linguaggi     (.pdf)

Quando, dove, perché – Asse storico-sociale     (.pdf)

Analizzo, interpreto, risolvo – Asse matematico     (.pdf)

Osservo, ipotizzo, comprendo – Asse scientifico-tecnologico     (.pdf)


Edoardo Greblo [Aut-Aut n. 358]

La fabbrica delle competenze

1. Uno spettro s’aggira per la scuola – lo spettro delle competenze. Per la scuola italiana si tratta di una (relativa) novità, resa vincolante dal Decreto ministeriale n. 9 del 27 gennaio 2010. La motivazione ufficiale addotta a sostegno del provvedimento è che in questo modo il nostro sistema formativo si allinea alle indicazioni dell’Unione europea, con particolare riferimento al Quadro europeo dei titoli e delle qualifiche (European Qualifications Framework, Eqf). Lo scopo dichiarato è sia di migliorare la trasparenza, la comparabilità e la trasferibilità delle qualifiche dei cittadini rilasciate secondo le procedure vigenti nei diversi stati dell’Unione europea, sia di porre a confronto i livelli delle qualifiche dei diversi sistemi e di promuovere l’apprendimento permanente, le pari opportunità e l’ulteriore integrazione del mercato del lavoro europeo, nel rispetto della pluralità dei sistemi di istruzione nazionali. […]

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Simonetta Fiori [La Repubblica, 2 sett. 2014]

Quello strano erotismo del sapere
che lega il maestro all’allievo

«ALLORA è giusto quello che ho sentito dire di te», gli disse una volta un vecchio professore di filosofia al termine di una conferenza. «Potresti spiegare Lacan anche ai sassi!». Sì, è vero, pensò allora Massimo Recalcati, mi piace ripetere, sminuzzare, ridurre fino all’osso. Pensieri lungamente corteggiati e fatti danzare dalla psicoanalisi alla letteratura, dalla dimensione più intima a quella pubblica, sciogliendo la noia dei tecnicismi nel vortice della vita. Un rituale che si ripresenta integro nei libri e negli articoli dello studioso. Ma dietro questa pervicace ostinazione si nasconde un piccolo segreto, racchiuso in una nota a pie’ di pagina del nuovo saggio L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento.

«Ero stato un bambino considerato idiota. Fui bocciato in seconda elementare perché giudicato incapace di apprendere. Quando cerco di insegnare qualcosa, è a lui che mi rivolgo».

Una “vite storta”, così era considerato Recalcati, «andavo lento e ora mi rimproverano di andare fin troppo veloce». Una vite che della stortura fa oggi un vanto, perché progredire nella conoscenza non significa raddrizzarsi piuttosto capire quale sia la strada. Inseguire la stella filante del desiderio e nutrirsi del suo riflesso di luce. Ma nel cielo perturbato dell’adolescenza quella stella qualcuno deve pur accenderla. È questo il destino del maestro. Ed è questo il cuore pulsante di un libro originale e bellissimo, che sin dalla titolazione include una parola inedita per la didattica. La parola “erotismo”. «Non esiste insegnamento senza amore. Ogni maestro che sia degno di questo nome sa muovere l’amore, è profondamente erotico, è in grado di generare quel trasporto che in psicoanalisi chiamiamo transfert». La scuola come “sentinella dell’erotismo del sapere”, della possibilità del risveglio. Il luogo che ti conduce altrove, «di fronte al nuovo, all’inaudito, all’imprevisto ». L’urto che ti costringe a pensare.

Un miracolo che può compiersi solo se non c’è sudditanza. Non vi può essere, insiste Recalcati. Ed è questo l’errore in cui precipita l’attuale scuola delle competenze, quella dell’efficienza e della prestazione, che riduce l’apprendimento a plagio, alla pura ripetizione, al calco acritico di un sapere costituito. La metafora dell’amore, spiega lo studioso, consiste nel trasformare chi ascolta in soggetto attivo, da “eromenos” in “erastes”, dallo statuto inerte dell’amato a quello partecipe dell’amante, di colui che cerca. In questo non c’è differenza tra professore e psicoanalista, «che non domanda nulla al paziente se non che diventi un analizzante». All’origine è il gesto scandaloso di Socrate nella scena di apertura del Simposio. Agatone lo vuole vicino a sé per essere “riempito” della sua sapienza, ma il maestro rifiuta il ruolo. Senza ricerca non ci può essere conoscenza. Il sapere si alimenta di vuoti, non di pieni. «E il sapere del maestro non è mai ciò che colma la mancanza quanto ciò che la preserva». Questo in sostanza dice il gesto spiazzante di Socrate. Ed è anche il gesto dirompente di Emilio Vedova, che per liberare gli allievi sporca la tela con un colpo di spazzolone: perché il bianco non è mai un vuoto, ma un carico fin troppo ingombrante di storia e tradizione. Gesti dimenticati, quelli di Socrate e di Vedova. Liquidati come vecchi attrezzi antieconomici, sia a scuola che all’università.

Ecco perché bisogna ripartire dall’ora di lezione. Solo l’incontro misterioso tra allievi e maestri può salvare un’istituzione che rischia il naufragio. Niente può sostituirlo: né computer né slide né pillole tecnologiche. Recalcati non ignora il carico di paradossi che grava sull’insegnante, figura sociale mortificata eppure oggi più che mai investita di attese e responsabilità. Se nella scuola che definisce “Edipo” — quella antica fondata sull’autorità del padre, gerarchica, assai temuta — era integro il patto tra genitori e insegnanti, nell’attuale scuola “Narciso” quel patto s’è frantumato, travolto da una nuova mortifera alleanza tra genitori e figli. Un’alleanza fondata sull’abolizione di ostacoli e limiti, sul “perché no?”, su una coincidenza di narcisismi paterni e filiari che non contempla frustrazioni e ancor meno fallimenti. È questa la solitudine dell’insegnante, «costretto a supplire a famiglie inesistenti o angosciate». Ed è anche la solitudine in cui versa la scuola che, se prima incarnava l’istituzione sorvegliante e punitiva, oggi si trova a essere l’unico baluardo di resistenza «all’iperedonismo acefalo», dunque uno strumento di liberazione piuttosto che di intruppamento ideologico. È un’isola di anticonformismo, ripete giustamente Recalcati, la sola che ponga dei limiti al godimento immediato. La legge della parola contro l’indisciplina del consumo sfrenato: di oggetti tecnologici, di alcol, di fumo, di droghe. E senza legge non c’è neppure desiderio.

Ma come si fa a conciliare norma ed Eros? Come si trasforma un libro in corpo erotico, cosa che permetterà all’allievo di «tradurre ogni corpo che incontra in un libro da leggere»? Qui l’autore non può che evocare gli insegnanti della sua vita. La maestra delle elementari che lo sottrasse dalla “malinconia ebete” del bambino negletto. L’incontro folgorante nel secondo anno dell’istituto agrario, nella periferia povera di Quarto Oggiaro: fu Giulia Terzaghi a rappresentare il taglio, “la ripartenza”, «non sarei più stato l’idiota della famiglia, lo studente storto che gettava i suoi genitori nell’angoscia». E poi i maestri dell’età adulta, nella facoltà di Filosofia di Milano: Mario dal Pra e Riccardo Massa, Carlo Sini e Franco Fergnani, con lui «Heidegger e Sartre diventavano incredibilmente vivi, pulsanti, straripavano dalle loro cornici stabilite per entrarci dentro».

Ogni lettore penserà ai suoi, di maestri, a quelli che hanno acceso le stelle filanti del desiderio. Ne ricorderà la voce, quel particolare timbro, le inflessioni, la particolarità. Perché è vero quel che scrive Recalcati, dei professori si può dimenticare la faccia o il nome ma non la voce. La voce che è corpo, «espressione materiale e spirituale del desiderio di insegnare ». Il desiderio di insegnare, ecco il filo comune. La voce lucida di Severino e quella metallica di Foucault. Il balbettio appassionato di Stoner quando si libera di una filologia morta. La voce del professore di Philip Roth che urla il suo trasporto per il sapere: «Per me non c’è nient’altro nella vita che valga l’ora di lezione ». Una voce che ci portiamo dentro anche inconsapevolmente, ed è per questo che è difficile accettarne la scomparsa. La notizia ti può cogliere di sorpresa, anche a distanza di anni. I maestri sono per sempre, in ciò che sei diventato, in quello che leggi e impari ogni giorno. «Sei una presenza che insiste a vivere in me», scrive Recalcati in una lettera d’amore alla professoressa Giulia. «Impossibile continuare senza di te, ma impossibile non continuare senza di te». Parole di Beckett che resistono. Il potente enigma dell’ora di lezione.

Massimo Recalcati, L’ora di lezioneEinaudi, pagg. 162, euro 14

 

 


 

Marco Dallari

A scuola con Baumgarten:
quando la Pedagogia incontra l’Estetica *

Desidero anzitutto ringraziare il professor Luigi Russo e la Società Italiana d’Estetica per l’invito a partecipare a questo Convegno. Invito che mi onora e mi rende molto lieto poiché l’incontro e la collaborazione di Estetica e Pedagogia, sia nella dimensione teoretica che nelle implicazioni pratico educative, è sempre stata al centro delle mie riflessioni, della mia ricerca e delle pratiche nelle quali mi sono trovato coinvolto. Questo non solo per inclinazione e interesse personali, ma anche e soprattutto in ragione del fatto che considero questo incontro oggi più che mai necessario alla luce di alcune considerazioni che proverò brevemente ad esporre.

L’Estetica, disciplina prettamente moderna, è caratterizzata dallo sforzo di legittimare e rendere “universale” un argomento che prima del ’700 era ignorato o addirittura considerato un tabù: la soggettività. Quella della soggettività è una categoria che porta con sé la dimensione dell’affettività, delle “ragioni del cuore” e dunque l’irrazionalità, mentre dà rilievo alle storie personali più che alla Storia; l’Estetica si sforza di assegnare a queste dimensioni condizioni di necessità, universalità e legittimità, dando origine a un corpus di studi, ricerche e riflessioni all’interno di una tradizione filosofica priva, fino a questo momento, dell’attenzione a questi aspetti. Analizza e dà rilievo, dunque, a una sfera per la quale, per dirla con Kant, non possono valere i giudizi determinanti propri delle scienze meccaniche e naturalistiche, poiché in essa prevalgono i giudizi riflettenti, cercando di normare, e rendere così normali, procedimenti di pensiero tesi a costruire ed enunciare idee a partire dalle dimensioni dell’accidentale, del personale, del contestuale. Senza riferimenti logici non si dà conoscenza, ma quando si fonda solamente su questi la conoscenza diviene dottrina e, in ambito scolastico, materia. Alexander Gottlieb Baumgarten, dando inizio all’Estetica come teoria della conoscenza sensibile, dimostra come accanto alla verità scientifica, logica e matematica ci sia posto per una verità storica, retorica e poetica.

La dimensione estetica ha sempre faticato a veder riconosciute le sue suggestioni e le sue ragioni nella pratica educativa. […]

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